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mag 08 2007
Una rete sotto controllo ? PDF Stampa E-mail
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martedì 08 maggio 2007

Di recente Google Italia è stata indagata a seguito del rinvenimento di un video di maltrattamenti su un minore down ad opera di suoi compagni di classe. Google sarebbe indagata per aver messo a disposizione un servizio di pubblicazione video, senza controllare il contenuto dei video medesimi. La Guardia di Finanza ha richiesto l'organigramma aziendale per verificare le eventuali responsabilità dei dirigenti in merito alla faccenda. Avendo consentito la diffusione del video, senza censurarlo, Google si sarebbe reso responsabile di diffamazione on line.

 C'è da dire che Google non effettua alcun tipo di controllo preventivo sui video immessi in YouTube dagli utenti, limitandosi a consentire la pubblicazione dopo la visione dei termini e condizioni di contratto. Le persone si sono polarizzate in merito alla vicenda, schierandosi tra quelli che condannano Google e quelli che la assolvono. Da una parte chi ritiene vergognoso che esistano spazi in rete assolutamente non controllati, dall'altra chi invoca il diritto alla libera espressione, negando la responsabilità di Google. Anarchia o censura ?

In un paese normale, fiero della sua cultura, quando alcuni ragazzi maltrattano e picchiano un loro compagno di scuola disabile, si aprirebbe immediatamente un dibattito tra i politici e l'opinione pubblica sul perchè di quell'episodio, sulle ragioni culturali e sociali all'origine dell'episodio stesso, e sui modi per eliminare il disagio sociale nel quale sono cresciuti gli autori del gravissimo episodio. In Italia non è avvenuto nulla di tutto ciò, anzi, ci si è interrogati solo se colpa di internet l'accaduto in questione. Si punta il dito contro il cyberspazio come unico responsabile dell'evento, e l'aggressione in se passa in secondo piano. Ci sono gli innocentisti e i colpevolisti, ma discutono su se sia giusto sottoporre Google e la rete a censura preventiva. Nessuno sa, invece, che non esiste un vuoto normativo da colmare, non servono nuove leggi, perchè le norme ci sono, ed escludono che Google possa essere ritenuto responsabile della diffusione del video incriminato. Il Decreto Legislativo del 9 aprile 2003, n. 70, attraverso il quale è stata recepita in Italia la direttiva Europea 31/2000/CE sul commercio elettronico disciplina la materia delle responsabilità degli intermediari della comunicazione, sancendo l'assenza di responsabilità dell'intermediario. In particolare prevede, all'art. 17, che nella prestazione di servizi di hosting e caching o mere conduit, il prestatore non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo di verificare la presenza di attività illecite. L'unica ipotesi di responsabilità dell'intermediario si ha nel caso in cui, a seguito di richiesta di intervento proveniente dall'autorità giudiziaria o amministrativa avente funzioni di vigilanza, il prestatore non agisce prontamente per impedire l'accesso al contenuto incriminato, ovvero se, avendo avuto conoscenza del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio, non ha provveduto ad informarne l'autorità giudiziaria. L’errore sta nel voler applicare la disciplina in materia di stampa ad un servizio come Google Video (YouTube), ritenendo così che i titolari di Google possano essere considerati equiparati al direttore di una testata giornalistica. Questo non è possibile poiché Google Video non è stampa, né è un blog. Molto probabilmente si cerca di strumentalizzare, consciamente o inconsciamente, ogni possibile occasione per bloccare sul nascere una rete quale strumento globale di attuazione della libertà di manifestazione del pensiero e, quindi, di democrazia. Il problema semmai è quello di identificare correttamente l’autore del reato (nel caso specifico i ragazzi), in un web popolato da tanti signor nessuno che credono di poter violare impunemente ogni regola, protetti dallo schermo dell’anonimato. Non è accettabile che si voglia scaricare colpe altrui sul prestatore di servizi, ultimo anello conoscibile della catena. Gli ordinamenti giuridici di tutto il mondo si basano sul principio dell’imputabilità delle condotte, lecite o illecite. Sostenere che la rilevazione dell’utente è una violazione della privacy è un errore madornale, solo chi va in rete per commettere reati si avvantaggia della non rilevabilità della sua identità reale. La rete è un luogo pubblico e non è una proprietà privata, da qui la necessità di verificare chi vi accede al fine di perseguire celermente i colpevoli di reati. Tutti noi nella vita reale giriamo con una faccia ed una carta di identità in tasca. Invece si nota una generale tendenza ad attaccare il principio della non responsabilità degli Internet Service Provider, conquista sudata del popolo della rete che si è battuto in tal sensi fin dagli albori di internet, cercando di sostituirlo con il principio della responsabilità oggettiva (cioè senza colpa) degli intermediari. Di fronte ad una tale minaccia gli internet provider reagirebbero subito, o trasformando i servizi gratuiti in servizi a pagamento, al fine di ottenere le risorse necessarie per attuare qualche forma di controllo sui contenuti, oppure chiuderebbero lasciando campo libero solo ai giganti della rete. Altri finirebbero per selezionare accuratamente i propri utenti (trasformati in clienti), creando così una rete elitaria, aperta solo a chi ha tasche sufficientemente piene. La libertà di manifestazione del pensiero diverrebbe così appannaggio di pochi, così come è accaduto nei media tradizionali, giornali, televisioni, travolgendo per sempre il sogno di una rete portatrice di democrazia diffusa e foriera di partecipazione globale. L’unica possibilità è quella di comprendere che in rete non ci si può mascherare, né girare con un passamontagna virtuale. L’uomo senza volto, si dice, solo così può estrinsecare le sue libertà fondamentali, ma questo è falso, perché un diritto, od una libertà non esistono senza un individuo che la esercita e la possiede, e essere senza volto significa non essere un individuo. L’uomo senza volto appartiene, invece, alla cultura della mancanza di rispetto delle libertà e dei diritti degli altri, alla cultura dell’insulto e della prevaricazione, propri di comunità in cui girano predoni dotati di doppie o triple identità. E’ pacifico che la disvelazione della propria identità non deve essere necessariamente totale, in quanto un individuo può utilizzare forme di semi anonimato, purché all’ingresso lasci i dati delle propria identità reale, consentendo così il suo rintracciamento in caso di violazione delle regole, rimanendo così assoggettato alle stesse responsabilità proprie del mondo reale.

Non si tratta, quindi, di scegliere tra l’anarchia più totale oppure una censura feroce, si tratta di scegliere la soluzione più opportuna per la tutela degli individui ma anche della rete quale luogo di realizzazione della libertà di manifestazione del pensiero e di attuazione di forme di democrazia a partecipazione allargata, non mediata ma diretta.

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