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In Italia si è riaperto il discorso sul nucleare, nonostante un referendum che fece chiudere le centrali nucleari già aperte. Quelle centrali, giova ricordarlo, nonostante siano chiuse e non più utilizzabili, costano soldi per mantenere i controlli sui reattori e soprattutto per lo smaltimento delle scorie.
Il discorso sul nucleare è sempre complicato. Giustamente si sostiene che l’Italia ha bisogno di produrre più energia, invece di comprarla dall’estero, ma non si riesce mai a capire perché non si possa produrre l’energia utilizzando le fonti rinnovabili, come l’eolico e il solare. In particolare per il solare avevamo il progetto di Rubbia (solare termodinamico) che non è stato avviato in Italia per motivi burocratici (in pratica lo Stato non ha dato sovvenzionamenti, mentre ne da a pioggia ai termovalorizzatori, ad esempio !) mentre è stato realizzato in Spagna, in poco tempo. Una centrale simile è stata realizzata anche in USA, e sono centrali solari all’avanguardia, che producono energia pulita.
Comunque, il discorso è tornato sul nucleare. Se è vero che gli incidenti alle centrali nucleari sono oggi avvenimenti più rari (ma non impossibili, non dimentichiamo che gli impianti attuali sono sempre di terza generazione mentre quelli di quarta generazione tardano ad arrivare per problemi tecnici !), rimane sempre il problema delle scorie, problema al quale non si è mi dato una soluzione. In un periodo in cui il problema rifiuti è fin troppo sentito, bisogna ricordare che le scorie nucleari delle 439 centrali attive nel mondo vengono stoccate in via provvisoria in depositi accanto alle centrali stesse. Le centrali nucleari producono circa 370 gigawatt di potenza l’anno, e per ogni giga watt c’è una produzione di scorie pari a 50-100 metri cubi di rifiuti. Il calcolo è semplice. Le scorie possono essere a bassa radioattività, ma anche ad alta radioattività, cioè quelle che emettono radiazioni per migliaia di anni.
Il ciclo è il seguente:
dopo tre-sei anni le barre di combustibile diventano esaurite, cioè gli isotopi prodotti nella fissione dell’uranio assorbono troppi neutroni e non permettono più l’innesco della reazione a catena. La barre vengono quindi immerse in piscine, per 10-20 anni, dove si raffreddano. Qui alcuni isotopi perdono la radioattività, altri la conservano anche per milioni di anni. Dopo la piscina le barre vengono stabilizzate perché gli isotopi non reagiscano tra loro o con l’acciaio dei contenitori. Vengono quindi vetrificate o cementificate. Poi vengono chiuse in spessi cilindri d’acciaio. Oltre che uranio e plutonio, contengono cesio, stronzio, kripto, stagno, zirconio e iodio. Le scorie vengono quindi stoccate in depositi accanto alle centrali nucleari. La quantità di scorie prodotta da una centrale è elevatissima.
È interessante ricordare che le scorie devono essere stoccate in luoghi non solo lontani dalla popolazione, ma anche in luoghi non a rischio sismico o soggetti a rischio naturale. Altrimenti possono accadere incidenti come quello di Saluggia (Vervelli) del 200, quando la piena della Dora Baltea arrivò a lambire il deposito Eurex, duecento metri cubi di scorie di laboratori di ricerca. In genere si costruiscono dei bunker sotterranei in profondità, dove stoccare le scorie fino al loro decadimento. Il problema è che non è semplice trovare un luogo che non sia soggetto a modificazione per i prossimi 20.000 anni !
Negli USA rimandano sempre l’apertura del deposito di Yucca Mountain, per infiltrazioni d’acqua, in Finlandia dovrebbero avere un deposito non prima del 2020, in Francia e Svezia stanno ancora cercando. Quindi le scorie sono sempre in luoghi di stoccaggio provvisorio, vicino le centrali. Per l’Italia la Sogin, società statale con l’incarico di gestire la chiusura delle centrali nucleari italiane (Trino, Caorso, Garigliano e Latina), ha un accordo con la Francia per il riprocessamento delle scorie (230 tonnellate di combustibile) che poi torneranno in Italia per essere stoccate. Dove saranno stoccate non è stato ancora deciso. Una possibile soluzione era stata trovata, in Basilicata, ma poi è stata scartata per possibile rischio sismico.
Considerando la (pessima) gestione dei rifiuti in Italia, il problema della gestione delle scorie delle centrali non è certo un problema di poco conto !
Inoltre, anche il combustibile delle centrali non è eterno. Come il petrolio, anche l’uranio negli ultimi anni è aumentato di prezzo, esattamente da 14 a 120 dollari al chilo in sei anni. Questa performance è dovuta alla rarefazione dell’uranio, che oggi viene per lo più dallo smantellamento di armi nucleari e da depositi ad alta concentrazione, che al ritmo odierno si esaurirebbero in circa 70 anni. È vero che esistono altri giacimenti da sfruttare che a prezzi bassi non sono convenienti, ma con l’aumento del prezzo dell’uranio diverrebbe conveniente utilizzare. Ma è anche vero che aumentando l’utilizzo dell’uranio, che oggi copre il 6,5% del fabbisogno energetico mondiale, si consumerebbe molto più velocemente l’uranio, in quel caso si stimano riserve per 40 anni al massimo. E dopo che ne facciamo delle centrali nucleari ?
Secondo l'AIEA sul pianeta ci sono riserve di uranio, incluse quelle ancora non estraibili, per sole 4,7 milioni di tonnellate, di cui buona parte in giacimenti di cui ancora non è neppure stato avviato lo sfruttamento (che prima di mettersi in moto richiede anni), situati in paesi ad altissima instabilità come Zimbabwe, Nigeria, Niger, Uzbekistan, Congo. E globalmente, utilizzando come dati medi i dati più ottimistici delle centrali più moderne, queste 4,7 milioni di tonnellate forse basteranno a stento per nutrire un numero di centrali non superiore a quello attuale, sempre a condizione che si sostituiscano, e subito, i vecchi reattori con nuovi reattori, per un periodo comunque non superiore, con stima estremamente ottimistica, ai 60 anni.
Infine, teniamo presente che l’Italia non ha uranio, dovrebbe comunque comprarlo all’estero e quindi sarebbe dipendente.
Altro problema è dato dai tempi di realizzazione, perché per costruire una centrale nucleare ci vogliono 8-10 anni, per cui anche se si partisse adesso, considerato i tempi per le autorizzazioni, per la ricerca delle località idonee (il reattore, il circuito delle turbine, gli impianti di presa e di circolazione dell’acqua di raffreddamento, sono strutture del volume di circa un milione di metri cubi, che contengono una massa di cemento, acciaio e materiali vari di circa un milione di tonnellate, su una superficie di una ventina di ettari; inoltre la centrale deve essere installata in una zona dove è disponibile molta acqua di raffreddamento, dato lo stato e la portata dei nostri fiumi, l’unica soluzione è data dall’uso dell’acqua di mare, su suolo geologicamente stabile e senza rischi di terremoti), non avremo una centrale prima del 2015-2020, con il problema che già prima di quel periodo ci troveremmo con problemi nell’approvvigionamento del gas russo. Secondo l’Enea non si potrebbero avere centrali prima di 10 anni.
Si rende necessaria, quindi, una soluzione più veloce, e se possibile più pulita. Ovviamente necessario sarà attivarsi per il risparmio energetico, con politiche adatte per incentivare comportamenti virtuosi, ma sarà necessario anche trovare fonti energetiche diverse, realmente rinnovabili, non come l’uranio che di rinnovabile non ha nulla. Ad esempio, c’è un impianto per la produzione di energia solare termodinamico, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo, che costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi.
E senza dimenticare che il resto del mondo sta gradualmente abbandonando il nucleare. L’eolico, ad esempio, nel 2007 ha sorpassato il nucleare come fonte di energia, e negli USA vale il 30% della bolletta energetica. Le centrali nucleari attualmente in costruzione sono in paesi asiatici (Cina, India, Russia, Corea, solo una in Francia). Negli USA non si realizzano nuovi impianti dal 1979, e anche la Germania sostiene di voler uscire dal nucleare entro il 2020.
Certo, se finalmente arrivassero le centrali di quarta generazione, forse il discorso potrebbe cambiare, specialmente perché producono meno scorie, ma a fronte di notevoli investimenti che lasciano pesanti incognite sui futuri costi dell’elettricità pulita da nucleare.
Ma anche se arrivassero le centrali di quarta generazione, che comunque non si prevedono prima del 2030, non converrebbero, perché si devono ancora ammortizzare i costi delle attuali centrali di terza generazione.
Comunque il dibattito è ormai partito. Purtroppo sembra che si dibatterà ben poco, visto che è entrato in vigore un decreto legge che estende il segreto di Stato agli impianti civili per la produzione dell’energia, per cui poco di potrà discutere, e sapere, di eventuali centrali nucleari, e luoghi di deposito delle scorie. L’ex astronauta Umberto Guidoni ha presentato una interrogazione parlamentare alla Commissione Europea sul punto, ritenendo (e non è il solo) che la via per il nucleare, se deve essere percorsa, deve essere una via trasparente e democratica, coinvolgendo le popolazioni locali nelle scelte che hanno un impatto sulle loro vite. Infatti, nessun paese al mondo ha un segreto di Stato sulle centrali nucleari.
In ogni caso, l’opinione di qualcuno è che l’annuncio del piano di costruzione delle centrali nucleari sia più che altro una boutade, più o meno come per il ponte di Messina. Giusto per foraggiare un po’ di imprese, e per poi non farne più nulla. Il Wall Street Journal (traduzione) individua tre ragioni: esplosivi costi di costruzione; tempi di costruzione previsti da uno a due decenni, e nessuna comunità italiana disposta a vedere un reattore nucleare costruito nelle vicinanze.
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