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lug 19 2007
Il nucleare è davvero sicuro ? PDF Stampa E-mail
(4 voti)
giovedì 19 luglio 2007

Il 15 luglio, dalla più grande centrale nucleare del mondo si sono alzate preoccupanti colonne di fumo nero. Un terremoto di grado 6,8 della scala Richter ha provocato un incendio nella centrale di Kashiwazaki-Kariwa in Giappone, causando una fuoriuscita dai reattori di un litro e mezzo circa di acqua radioattiva. La Tepco, l'industria proprietaria della centrale ha taciuto la notizia per 5 ore, e poi ha ammesso il fatto, minimizzandolo. Ha sostenuto che si trattava di una piccola quantità di materiale radioattivo e che nessun addetto della centrale era stato contaminato.
Il Giappone, essendo l'unica nazione ad aver subito l'impatto con bombe atomiche, è molto sensibile ai problemi legati all'uso dell'atomo, ma nel mondo l'esigenza di ridurre la dipendenza dal petrolio e in particolare da quello mediorientale, ha reso necessario l'uso di fonti energetiche alternative. Una delle prime che si è voluto sfruttare è stata quella nucleare. In Giappone si teme che l'incidente possa diminuire la fiducia della popolazione nel nucleare come fonte di energia sicura.

In molti paesi sono già in funzione centrali nucleari, oltre 400, e molte altre sono in costruzione o in fase di progettazione. Il rifiuto del nucleare in Italia non incide più di tanto, poichè poco oltre le Alpi, in Francia, vi sono molte centrali già attive. Ma questo incidente, ultimo di una lunga serie (Cernobyl, Three Mile Island, Kummel), pone dei seri dubbi sulla tanto decantata sicurezza delle centrali nucleari.
Secondo GreenPeace l'industria nucleare non è tanto sicura come si vuole far credere, ma in particolare non è nemmeno conveniente come si dice. Un rapporto (qui la sintesi in italiano del rapporto: CLICCA) elaborato per conto di Greenpeace da un gruppo di ricercatori indipendenti dimostra che le centrali nuclari non sono sicure e non sono convenienti. 
I costi dichiarati del nucleare non sono quelli reali, perché non si tiene conto, ad esempio, di altri costi come i sussidi alle imprese per ricerca e sviluppo nel campo dell'energia nucleare a scapito di altre fonti: nell'ultimo programma quadro per la ricerca europea, le tecnologie nucleari hanno ricevuto più di 1,2 miliardi di euro, mentre le energie rinnovabili solo 390 milioni di euro.

Un costo poco considerato è quello dello smaltimento delle scorie radioattive. Tralasciando lo smaltimento illegale, che pure è una fetta di rilievo, lo smaltimento delle scorie radioattive è un eufemismo, poiché il trattamento dei rifiuti nucleari produce contaminazione ambientale ed enormi rischi sanitari per i lavoratori e le popolazioni circostanti gli impianti. Questi costi ambientali sono difficilmente quantificabili, ma di sicuro non sono costi irrilevanti, anche perché quelli gestiti dalla Sogin sono inseriti nella bolletta della luce. Il problema è che le malattie indotte dal trattamento dei rifiuti nucleari si manifestano con anni, spesso con decenni, di ritardo, quindi è facile far finta di niente al momento di decidere sulle operazioni di trattamento. Nei siti immeediatamente adiacenti centrali nucleari, come ad esempio a Sellafield in Inghilterra (dove sono stoccati i rifiuti provenienti dall’Italia, come ad esempio dalla centrale del Garigliano, con costi di milioni di euro di affitto), però si è riscontrato un aumento dei casi di leucemia fino a 14 volte superiore alla media nazionale. Anche questi sono costi di cui si dovrebbe tenere conto.

Secondo alcuni studiosi il nucleare sarebbe conveniente in termini economici, ma ciò, a parte il fatto che non si considerano anche i costi dello smaltimento delle scorie e l'impatto sanitario, si scontra pesantemente contro l'evidenza che in nessuna nazione gli investimenti privati si muovono nella direzione dell'industria nucleare. In USA e in Gran Bretagna il mercato è stato liberalizzato da tempo, eppure nel campo nucleare investe solo il governo centrale con enormi sussidi. In realtà i costi del nucleare sono molto più alti di quelli esibiti, e il problema delle scorie radioattive non è stato per niente risolto, e forse non lo sarà mai.

C'è anche da aggiungere che per far funzionare una centrale nucleare serve l'uranio, che è, al pari del petrolio, limitato. Si calcola che le riserve economicamente sfruttabili di uranio sono di soli 50 anni circa. Inoltre l'Italia non ha nemmeno miniere di uranio, dovrebbe comunque prenderlo all'estero, mantenendo la sua dipendenza.

Ancora, dal punto di vista ingegneristico sono stati fatti pochi progressi, e in ogni caso nessuno in Italia, paese che non ha brevetti ingegneristici nel settore. Chi ci guadagna nell’imporre una tecnologia come il nucleare sono i detentori dei brevetti che rimangono multinazionali private estere. Le centrali nucleari sono costosissime, e la loro costruzione è molto lunga, dura circa 10 anni. Ma soprattutto una centrale nucleare non è eterna, dura in media dai 20 a i 50 anni. Ad esempio la centrale Yankee Rowe del Massachussets, chiusa nel 1991, fu costruita nel 1960 a un costo, in dollari 1993, di 186 milioni; lo smantellamento completo costò 370 milioni di dollari, quasi il doppio di quanto speso per costruirla. E’ DURATA 31 ANNI!.
Anche la gemella americana della centrale del Garigliano è stata smantellata nel 1997, con un costo di 350 milioni di dollari e dieci anni di tempo per completare l’impresa.
Altrimenti rimane solo una cattedrale nel deserto, piena di scorie contaminate, anzi essa stessa è una enorme grande scoria, pericolosa ed inutilizzabile. Occorrono circa 10 anni solo per raffreddare il nocciolo, poi rimarrebbe il problema di rimuovere la struttura, contaminata anch’essa, con i costi citati.

Invece di costruire ed incentivare il nucleare come fonte di energia alternativa, sarebbe meglio destinare i fondi della ricerca a fonti davvero pulite e sicure, oltre che rinnovabili, come ad esempio l’eolico o il solare. Anche il primo ministro spagnolo Zapatero è della stessa opinione, avendo annunciato di voler uscire definitivamente dal nucleare e puntare sulle fonti rinnovabili.
Semplicemente sostituendo le lampadine ad incandescenza con quelle a basso consumo si avrebbe una riduzione notevole del consumo energetico. Utilizzando le tecnologie più efficienti, si è calcolato porterebbe ad una riduzione del fino al 50% del fabbisogno energetico mondiale. Ciò porterebbe ad avere addirittura meno centrali, forse è questo che le lobby energetiche non vogliono.

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