Si è sempre discusso molto sul problema dei reati di opinione commessi dai giornalisti. Giustamente un giornalista che travalica i confini stabiliti dalla legge, giungendo alla diffamazione verso una persona, deve pagare per l’errore che commette. Il problema si pone quando, invece che in sede penale, questi errori si trasportano in sede civile con richieste di risarcimento danni milionarie (in euro) a carico del giornalista stesso.
Questi procedimenti spesso si trasformano in una indebita arma di pressione verso i giornalisti.
Se un giornalista, per esempio, scrive la verità ma usa toni troppo accesi, potrebbe essere condannato ad un risarcimento tale da rendergli impossibile pagarlo. Con ciò, di fatto, si chiude la bocca al giornalista.
Spesso si parla di una possibile soluzione a questa problematica, aumentando gli spazi del diritto di rettifica per chi si sente diffamato, e abrogando le pene detentive, sostituendole con multe. Ma un giornalista difficilmente si sente più intimidito da una condanna penale che in genere è virtuale (si ha la pena sospesa a meno che non si tratti di fatti gravi o che le diffamazioni si ripetano nel tempo), rispetto ad una condanna in sede civile milionaria.
Questa soluzione però è quella portata avanti dai politici, perché fa comodo a loro, ma non è la migliore soluzione al problema.
Se un giornalista sbaglia in buona fede, chiede scusa e rettifica, così la condanna penale non interviene per mancanza di dolo. Il diffamato ottiene però la rettifica del fatto, che è quello che vuole realmente. Un giornalista di questo tipo teme la condanna civile, il risarcimento del danno che si può avere anche se egli è in buona fede.
Se invece un giornalista mente, sapendo bene di mentire, compiace i suoi padroni pubblicando notizie false per screditare gli avversari politici, sa bene di non avere problemi perché i suoi padroni pagheranno per lui. Si servono di lui come uno strumento, e pagano le sue eventuali condanne. Questo giornalista, invece, teme la condanna penale, perché lui non può rettificare, non può dire che quello che ha scritto è falso, perché i suoi padroni non sarebbero contenti. Lui teme la condanna penale, cioè di andare a finire in galera, non la condanna civile.
Ecco perché i politici vogliono sostituire le pene detentive con le multe, perché così possono mettere il guinzaglio ai giornalisti che si vendono, e possono intimidire quelli che non si vendono.
Il problema non è la tutela dei giornalisti, ma la tutela dei fatti. L’unica riforma possibile è consentire la rettifica (che già c’è) e mantenere le condanne penali per i fatti gravi.
Ma questo ai politici non va bene.
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