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dic 19 2008
Dottrina Sarkozy PDF Stampa E-mail
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venerdì 19 dicembre 2008

Di recente è tornato alla ribalta il dibattito sul diritto d’autore e le violazioni ad esso che si realizzano tramite la rete, in poche parole è tornata in auge la voglia di combattere la pirateria online.

In questo dibattito si è inserita prepotente la cosiddetta Dottrina Sarkozy, in realtà una proposta di Denis Olivennes presidente della Fnac (il fatto che sia presidente di un distributore potrebbe far sospettare che la sua proposta sia a favore delle major e dei produttori e distributori), che prevede la creazione di un’autorità cui vengano conferiti poteri ispettivi e sanzionatori al fine di monitorare il traffico in rete e combattere il fenomeno della pirateria. Se un utente nell’arco di un anno si macchia di violazioni del diritto d’autore, tale autorità avrebbe il potere di ordinare all’internet provider la sospensione della fornitura del servizio di accesso per un periodi tra uno e dodici mesi, con impossibilità di stipulare contratti con altri provider. Tale sanzione sarebbe preceduta da un messaggio concernente le conseguenze a cui si va incontro in caso di inosservanza delle disposizioni in tema di diritto d’autore.

La dottrina Sarkozy è stata bocciata dall’Europa, in quanto la UE ha affermato che la rete non è da considerarsi unicamente come patria della pirateria, ma soprattutto come possibilità di sviluppo per ogni mercato. Per questo motivo è importante provvedere alla protezione del diritto d’autore ma, al tempo stesso, non si possono in nessun modo limitare le libertà fondamentali degli individui, la protezione dei loro dati personali e la loro libertà di espressione. In Francia però continua a procedere. E anche l’Italia sembra affascinata da questa proposta. Il primo ministro Berlusconi ha annunciato di voler portare al prossimo G8 la proposta di una regolamentazione internazionale del sistema di Internet in tutto il mondo, essendo internet un forum aperto a tutto il mondo. Ancora una volta si parte con l’idea di regole imposte dall’alto, e sorge immediatamente il dubbio che la legge a cui forse si sta pensando non farà altro che proteggere gli interessi esclusivamente privati della major, delle reti televisive, dei produttori, senza badare minimamente agli utenti della rete e senza conoscere cosa è la rete.
Il problema sorge, per i produttori e le major, nel momento in cui devono cercare chi realmente fa pirateria in rete. Fare delle indagini mirate è costoso e non è semplice, ecco che viene spontaneo imporre un controllo a tutti, indipendentemente dal fatto se quei tutti commettono o meno reati. Prima si controlla, poi si vede se c’è il reato. Cosa che è contraria ai principi di ogni Stato di diritto.
Il punto focale è dato dalla tutela della privacy, normativa a livello comunitario che protegge i cittadini dalle invasioni nella sua sfera privata, e dai controlli eccessivi e dannosi. La privacy (o diritto alla riservatezza) è un diritto garantito a livello costituzionale e comunitario, e riguarda i singoli individui, è un diritto della persona, e contro di esso si sono bloccati processi intentati dalle major per cercare violazioni alla pirateria. La stessa Comunità Europea ha più volte ribadito il carattere prevalente della privacy sul diritto d’autore. Per cui la privacy è spesso vista dai produttori come ostacolo alla difesa dei loro interessi economici, ed ecco che si cerca una soluzione al problema, scavalcando la privacy.

Il governo italiano si sta muovendo verso una nuova legge in materia di pirateria, che sia in grado di fornire nuovi strumenti ai produttori e alle major, consentendo loro di cercare in rete chi viola il diritto d’autore, chi attenta ai loro esclusivi, privati, interessi economici.
Sia chiaro, qui nessuno vuol difendere la pirateria, nessun vuole dire che copiare materiale coperto da diritto d’autore sia lecito o debba essere tollerato. La differenza però è data dal modo come si scova chi viola la legge. Le norme per le indagini penali ci sono, e se sono non proprio semplici da porre in essere è una scelta opportuna, visto che tali indagini sono pesantemente invasive e potenzialmente dannose per chi le subisce. Quindi, in proporzione alla gravità dei reati (o presunti tali) commessi esistono norme che consentono alla magistratura e agli organi di polizia di indagare i colpevoli. Discorso completamente diverso è sottoporre a controllo tutti i cittadini connessi alla rete, imponendo ai provider un controllo del traffico dei cittadini, e imponendo loro nel caso un cittadino dovesse commettere delle violazioni di punirlo, casomai affidando i controlli ai medesimi enti privati che distribuiscono film e musica. Questo non è un metodo proprio di uno Stato di diritto.
Trasformare il sistema consentendo agli ISP di diventare cyber-poliziotti potrebbe portare verso una deriva autoritaria. Chi garantirà poi che i dati raccolti durante il monitoraggio di tutto il traffico degli utenti non siano utilizzati per fini diversi ?

Inoltre, esistono già le leggi per colpire chi si macchia di reati in materia di diritto d’autore. Che bisogno c’è di crearne altre ? La Dottrina Sarkozy, che piace molto al governo italiano, non si muove affatto, come qualcuno vorrebbe far credere, verso i consumatori, anzi. Non c’è alcun passo della normativa contro i monopoli e le posizioni dominanti nel settore, nessun vantaggio per i consumatori, ma solo pesanti limitazioni per i cittadini che si vedrebbero spiati dai loro provider e da un’autorità con poteri propri della magistratura, ma che non risponderebbe a nessuno se non al governo stesso e principalmente alle major.
E questo accade, giova ricordarlo, proprio nel momento in cui mercato si muove verso i consumatori, abolendo i DRM e le protezioni che limitano l’utilizzo delle musica comprata legalmente in rete. Il mercato si è reso conto che non è competitivo vendere un brano musicale che poi l’acquirente può ascoltare solo sul lettore dello stesso produttore, e casomai, per ascoltarlo sul lettore che già ha comprato, è costretto a scaricare illecitamente il medesimo brano in versione non protetta.
Ecco quindi che parte del mercato si muove verso i consumatori, mentre i governi sono ancora lì con le loro ricette autoritarie di controllo sui cittadini.

Sostanzialmente sono due gli aspetti che non convincono i detrattori di questa proposta francese. Innanzitutto il fatto che l’accesso ad internet in tutti i paesi è ormai considerato essenziale, quasi un diritto dell’uomo, in quanto strumento principe per accedere ad informazioni e cultura. Visto che tra i diritti riconosciuti a livelli costituzionale e sovranazionale, vi sono il diritto alla libera manifestazione del pensiero e il diritto alla riservatezza, e questa proposta ha il difetto di incidere pesantemente e negativamente su questi diritti, essa appare irrealizzabile. La ratio sottesa alla normativa sul diritto d’autore, infatti, è sempre quella di favorire la diffusione della cultura (come sancito dall’art. 27 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo), riconoscendo agli autori un compenso per le loro opere. Ma nel momento in cui la protezione accordata alle opere divenisse tale da impedire l’accesso alla cultura (possiamo ricordare l’esempio di Wikipedia costretta ad eliminare le sole fotografie italiane dal suo sito a seguito di una diffida della Soprintendenza ai beni culturali di Firenze), il sapere diverrebbe oggetto fruibile solo da pochi privilegiati. Per cui la normativa sul diritto d’autore avrebbe fallito nel suo scopo.

Quindi, sulla base di queste premesse, sembra eccessivo quantomeno pensare di poter sospendere l’accesso ad internet per un anno per il solo fatto di aver scaricato due o tre brani musicali. Certo alla violazione del diritto d’autore deve conseguire una giusta punizione, come una multa, ma andare oltre non la farebbe sentire “giusta”. Sarebbe un po’ come se si impedisse ad una persona di fare la spesa per un anno, solo per aver rubato al supermercato.
Se il mezzo (la tutela dell’opera degli autori) finisce per essere scambiato col fine (la diffusione della cultura), viene meno quel bilanciamento tra interessi, finendo per privilegiare gli interessi privati e commerciali delle major e sacrificando l’interesse sociale alla diffusione della cultura.
La rete consente l’accesso alla cultura, all’informazione, laddove esiste anche un diritto all’informazione, essenziale per la realizzazione dell’individuo, ed infine il riconoscimento della segretezza delle comunicazioni. Nessuno si sogna di aprire tutte le lettere che passano per le Poste, solo per controllare se attraverso di esse vengono commessi reati. In rete lo si vuole fare, invece. Certo, se ci sono elementi che facciano pensare che ci sia un reato in corso, la corrispondenza può anche essere aperta, ma ci devono essere elementi indiziari della commissione di un reato, e si va ad aprire la corrispondenza di un singolo individuo, l’indagato, non tutta la corrispondenza di tutti i cittadini, come invece vorrebbe la normativa a cui pare si stia pensando.

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