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Qualche tempo fa hanno fatto scalpore i gruppi su Facebook che inneggiavano a Totò Riina. A seguito di questi eventi il senatore dell’UDC D’Alia ha presentato una proposta di legge per risolvere il problema. Tale proposta, già approvata al Senato, prevede che “quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine”.
La proposta in questione sembra decisamente molto vicina a quello che si potrebbe definire una vera e propria censura della rete. In ogni caso è un provvedimento preoccupante, secondo l’analisi di Stefano Quintarelli, nonché criticato da Google Italia.
Cominciamo col dire che i reati di apologia e istigazione a delinquere sono già presenti nel nostro ordinamento (art. 414 e 415 del codice penale), per cui non c’è alcun bisogno di una legge che ci dica che quelle norme devono essere rispettate. La differenza, inserita con la proposta D’Alia, è che non si attende nessun processo, né un eventuale sequestro viene disposto da un giudice, al quale in genere l’ordinamento da il potere di svolgere questa attività. Il sequestro, nel caso specifico si parla di filtraggio od interruzione, secondo la proposta D’Alia, verrebbe direttamente dal Ministro dell’Interno con decreto, cioè dal potere esecutivo. Il fatto che l’esecutivo possa intervenire in un procedimento penale con un atto per il quale non si richiede nemmeno una motivazione (obbligatoria invece per i provvedimenti giudiziari), ci sembra contrario alla logica costituzionale e alla separazione dei poteri. È vero che si dice “può”, ma dobbiamo confidare nella discrezionalità dell’esecutivo ?
Con questa proposta di legge non si attende alcun processo, ma nemmeno si avrà un sequestro cautelativo come accade oggi, deciso dall’autorità giudiziaria, con le garanzie previste dalla legge, si avrà invece l’interruzione dell’attività senza alcuna motivazione, senza che ci si possa opporre, senza alcuna garanzia, e soprattutto il filtraggio sarà l’oscuramento totale del sito. Cosa succede se poi il malcapitato viene assolto ? Chi gli ripagherà i danni subiti dall’oscuramento del sito ?
Cosa succede per Facebook o i maggiori siti di social network che, purtroppo, talvolta ospitano messaggi deliranti ? Saranno oscurati totalmente, questo secondo la proposta di legge D’Alia.
Pensate che basterà che uno stupido scriva qualche idiozia su un sito altrui, e poi denunci la cosa, per ottenerne l’oscuramento. Un ottimo mezzo per svolgere vendette personali sul web!
Il punto dolente della proposta è data dall’intervento dell’esecutivo, e dal fatto che si giunge all’oscuramento senza alcun processo. Da ciò non si può non ricavare la sgradevole sensazione che tale norma potrà essere utilizzata a fini censori, come rileva Monia Benini del partito Per il bene comune. Qualcosa che in rete da fastidio al governo potrà essere oscurata senza alcun problema. Pensate alla recente legge che prevede la possibilità per i medici di denunciare gli immigrati che si recano da loro per cure. L’Ordine dei medici ha criticato questa legge, sostenendo che tale legge è contro la deontologia medica e addirittura prevedendo sanzioni per i medici che rispetteranno la legge. La proposta D’Alia potrebbe, forse, essere usata contro i siti che riportano questa notizia. In fondo l’ordine dei medici in questo modo critica una legge, e quindi invita a disobbedirle.
Un’altra considerazione si rende necessaria. La natura della rete consente la propagazione veloce delle notizie. Quindi una notizia passerebbe velocemente da sito a sito. Vogliamo forse oscurare l’intera rete ? Il controllo che minaccia la proposta D’Alia è pericolosamente vicino al controllo realizzato nella Cina, come rileva anche Guido Scorza. Pensiamoci bene.
Secondo Paolo Nuti, presidente di AIIP, “il rischio è che anziché concentrare l'attenzione su chi utilizza Internet per compiere reati e rimuovere i contenuti illecitamente diffusi, ci si limita a nasconderne l'esistenza a un'opinione pubblica giustamente allarmata, ma sostanzialmente inconsapevole della differenza che corre tra pull e push, tra Internet e la televisione, tra censura e sequestro... di questo passo, si rischia di ripristinare la censura delle comunicazioni interpersonali, espressamente esclusa dall'articolo 15 della Costituzione”.
Ma come funziona esattamente questo “filtraggio” ? Una volta emesso il decreto, saranno i provider, gli ISP, a doverne dare attuazione nel termine di 24 ore, pena una multa. Su questo punto si sono accentrate le critiche dei provider medesimi, i quali fanno rilevare di non sentirsi a loro agio quali censori della rete, o longa manus dell’esecutivo. Secondo Assoprovider, l’associazione dei provider, le ultime proposte di legge, come quella D’Alia, ma anche la proposta Carlucci e quella Barbareschi, sembrano sottintendere una scarsa conoscenza del mezzo, e nel contempo una sostanziale rinuncia nel perseguire i colpevoli. Le caratteristiche di queste proposte sono sempre le stesse. Non si persegue più il colpevole di un reato, bensì si filtra, si oscura, si censura il mezzo, cioè il sito, il blog, il forum. E tutto ciò lo si fa scaricando sui provider l’obbligo di controllo degli utenti e del loro operato, considerandolo nel contempo anche corresponsabile dei reati (ladro e guardia nello stesso tempo!), e tutto a spese proprie. Si scarica sui provider l’attività di controllo e di indagine, nonché il costo delle medesime.
Assoprovider ci tiene a precisare l’inutilità di tali misure, poiché, come detto sopra, la rete consente facilmente la creazione di meccanismi di elusione. Quindi censurare non serve a nulla, quello che occorre è scovare il colpevole e processarlo. Ma, di contro, poiché in Italia vige la presunzione di innocenza, si deve avere un regolare processo anche per i reati commessi su internet, non si può condannare o oscurare senza un processo o comunque un procedimento cautelare con decisione giudiziale. Ragionando diversamente si pongono in secondo piano le libertà fondamentali degli individui, e ciò non è ammissibile.
Visto che le norme per combattere i reati esistono, si devono applicare, non cercare facili scappatoie e far diventare i provider i poliziotti della rete. Contro coloro che inneggiano a Totò Riina sul web si muovono i magistrati per verificare se ci sono reati, e soprattutto tenere a mente quanto dice il Procuratore Antimafia Pietro Grasso: “Non sono d'accordo per una censura del sito, oscurare non serve. Contro chi inneggia a quei boss bisogna scatenare una grande reazione civile. E sommergere quegli altri con una valanga di messaggi di segno contrario”. Ed infatti si sono avute più di 100 mila firme su Facebook per cancellare i sostenitori dei boss di Corleone. E altre 50 mila per gridare: “A noi la mafia fa schifo”.
C’è da dire che in questa stato di cose è intervenuto il deputato Cassinelli con un emendamento alla proposta D’Alia. L’emendamento Cassinelli prevede che sia l’autorità giudiziaria (e non più il Ministro dell’interno) a disporre la rimozione (e non più l’oscuramento) del contenuto incriminato. In particolare, alla rimozione deve provvedere direttamente l’autore del reato o, in seconda battuta, il fornitore del servizio di hosting ma, come è scritto a chiare lettere, solo quando vi sia “la possibilità tecnica di procedervi senza pregiudizio per l’accessibilità a contenuti estranei al procedimento”.
Tale emendamento elimina innanzitutto l’intervento dell’esecutivo, riponendo di nuovo nella mani della magistratura la repressione dei reati. Il testo Cassinelli, che è comunque un emendamento che deve ancora essere approvato, mentre la proposta D’Alia è già stata approvata al Senato, pur migliorando la proposta del senatore dell’UDC, lascia irrisolte le questioni di fondo relative alla libertà di espressione in rete.
In ogni caso è significativo quanto scrive l’onorevole Cassinelli nel suo blog, relativamente alla proposta D’Alia: “dal punto di vista tecnico mi pare scritto male, ed anche pericoloso per la libertà della rete: c’è il rischio - ad esempio - che per oscurare una singola pagina di Facebook (inneggiante, magari, alla mafia) si debba impedire l’accesso a tutto il social network. E questo mi pare, francamente, inammissibile”.
Ma la cosa non finisce qui.
Di seguito è intervenuta la proposta dell’onorevole Carlucci che, secondo quanto lei dice, avrebbe come obiettivo quello di arrestare il drammatico fenomeno della pedofilia online e che quindi, in nome della tutela dei bambini, anche le misure eccezionali che si suggerisce di adottare risulterebbero giustificate. Nell’intervista, invece, parla di diffamazione. In realtà nella proposta Carlucci non si rinviene nulla sulla tutela dalla pedofilia, né sulla diffamazione, bensì pare una proposta di legge in materia di pirateria digitale. Infatti la relazione introduttiva pare scritta da Davide Rossi (leggete le Proprietà del file doc), presidente di Univideo, associazione di categoria che difende il diritto d’autore. Davide Rossi è noto per aver sostenuto che “internet non serve all’umanità e non serve al mondo!”.
Già questo da un senso alla vicenda, ma al leggere il testo della proposta si hanno ulteriori sorprese.
Innanzitutto la legge “si applica a tutte le attività di accesso alla rete internet effettuate a partire da - e per il tramite di - apparati informatici e infrastrutture fisicamente presenti nel territorio della Repubblica Italiana”. Viene spontaneo domandarsi come si fa a pretendere una regolamentazione di ogni attività svolta attraverso strutture presenti nel territorio italiano. E i contenuti provenienti da altri Stati ?
Comunque, in sostanza il succo della proposta Carlucci è nell’abolizione dell’anonimato su internet, per cui chi scrive su internet, oppure immette dei contenuti, non può più firmarsi con un nickname, ma deve firmarsi con il suo nome. Oltre alle difficoltà tecniche, ad esempio le verifiche sui nomi dati dagli utenti, il fatto che non è tecnicamente possibile costringere gli utenti di un forum, un blog od un sito di farsi identificare prima di scrivere un commento, il punto è che per l’ennesima volta si fa carico di queste attività i provider, i quali dovranno pensare all’identificazione degli utenti. La cosa sembra sinceramente molto difficile e costosa tecnicamente, e il risultato sarebbe la chiusura indiscriminata (ma solo in Italia, ovvio!) dei social network come YouTube, MySpace, Facebook, al fine di sottrarsi a questi obblighi.
Inoltre, ricordiamo che la normativa comunitaria attuale prevede la non responsabilità dei provider per i contenuti immessi in rete dagli utenti e l’inesistenza di obblighi di controllo sui detti contenuti. Come si armonizza la proposta Carlucci con la normativa comunitaria ?
Ancora, la proposta Carlucci prevede che alla rete si debba applicare la normativa sulla Stampa, con tutti gli obblighi da essa prevista, e questo nonostante la giurisprudenza italiana, compresa la Cassazione, abbia ribadito più volte che internet non è stampa.
Infine, l’ultimo comma del testo ci ricorda che in relazione alle violazioni del diritto d’autore, si applicano le norme della legge sul diritto d’autore. Insomma ci ricorda che una legge si deve applicare!!!! Mah….
Nel disegno di legge, infine, si auspica l’istituzione di un Comitato per la tutela della legalità nella rete Internet, il cui raggio d’azione finirebbe per sovrapporsi a quello di altri enti già previsti nel nostro ordinamento statale: polizia, governo, parlamento, commissioni.
Quindi, mentre la Carlucci sostiene la sua proposta di legge snocciolando numeri sulla pedofilia, nella una sua intervista dice: “In Italia la diffamazione a mezzo stampa o a mezzo televisivo viene punita anche molto severamente, tutto questo invece non esiste in Internet. Internet è un territorio assolutamente libero, privo di regole. Io ritengo che questo non sia giusto. Se la politica si vuole interessare di Internet in questo senso dovrebbe invece permettere la tracciabilità di chi dice cosa. Non per evitare che ci sia la libertà o la democrazia partecipativa, tutt’altro, ma semplicemente perché ognuno sia responsabile di quello che dice e di quello che fa”. Come fa notare Guido Scorza, le cose sono quantomeno strane. Si parla di legge contro la pedofilia, si discute di diffamazione che non viene punita in rete (ma quando mai ?) e poi si fa una legge contro la pirateria online, probabilmente proveniente dal presidente di Univideo.
Insomma, al solito, ci pare che si legiferi senza tener conto degli esperti della materia (a parte Cassinelli) e senza tener conto delle esigenze e delle possibilità tecniche. Ci pare ovvio che poi qualcosa possa pensare male e parlare di censura del web.
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