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giu 12 2008
Via dal mercato PDF Stampa E-mail
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giovedì 12 giugno 2008
Alcuni fili percorrono l’intero pianeta, passando dalla campagna presidenziale degli Usa, dove i due candidati democratici hanno capito che l’America travolta dalla recessione vuole sentire parlare contro il made in China e gli accordi di libero scambio, passando dalla liberale Europa, dove mentre la forte Germania è sempre favorevole al libero mercato, la meno forte Francia diventa sempre più propensa a non considerare più il libero mercato come il sistema su cui basare il futuro del mondo, fino a paesi ancor più deboli come l’Italia, dove il protezionismo galoppa a briglia sciolta, tanto che il ministro dell’economia spiega come ci si deve difendere dall’assalto dei paesi dell’est, Cina in primis, chiudendo le frontiere, alzando barriere, e salvando, per così dire, l’Alitalia con gli aiuti di Stato.

In Inghilterra si torna alle nazionalizzazioni, come in USA è lo Stato che salva la banca Bear Stearns, e così in tutto il mondo occidentale si torna al passato, al grido “via dal mercato”, si torna tra le braccia di Mamma Stato che tutto può, e si carica tutto sulle spalle del contribuente.
Anche la Banca mondiale vede un mutamento degli equilibri, si passa dal liberismo agli aumenti di spesa pubblica per contrastare la recessione.
Quello che è successo è che se prima la globalizzazione andava bene ai paesi occidentali, quando erano loro a spartirsi la fetta più grande, adesso che paesi come la Cina e l’India sono entrati nel mercato, forti del loro boom demografico, del fatto che in India la maggioranza della popolazione è giovanissima, e gli equilibri sono cambiati, poiché paesi nuovi hanno sfruttato i loro punti di forza per conquistare le loro fette di mercato, innescando un ciclo di consumi di energia e alimenti che ha scatenato l’inflazione su tutte le materie prime, petrolio, ma anche alimentari, adesso la globalizzazione non va più bene. Cina e India, forti del loro boom economico, spesso ottenuto anche a scapito dei diritti dei lavoratori, approfittano delle crisi europee e americani acquistando aziende in tutto il mondo, ed entrando nei consigli di amministrazione delle banche occidentali. Quello che si vede adesso è la paura che altri paesi, come la Cina e l’India, possano chiedere, ed ottenere, uno stile di vita migliore, come il nostro, cittadini del mondo occidentale, migliore del nostro. Questo non va giù.

Il boom economico dei paesi emergenti ha comportato problemi in tutti i paesi occidentali che si sono trovati con le spalle al muro, nel momento in cui hanno scoperto di doversi confrontare con le cosiddette nazioni del terzo mondo, o dell’Asia, che in alcuni casi sono più forti, e quindi i margini di guadagno si sono ridotti, aziende sono fallite, e molti ripensano ai presunti vantaggi del libero mercato tornando sotto l’ombrello dello Stato, cioè, in ultima analisi, pongono le loro aziende sulle spalle dei contribuenti.
Alla fine si può dire che finché ci sono guadagni da dividere, il liberismo va bene, i guadagni li dividono i privati, ma quando si arriva alle perdite, allora il liberismo non va più bene, si torna allo statalismo, al portafoglio del contribuente, come oggi accade con Alitalia.

I guadagni ai soliti noti, le perdite ai cittadini. Niente di nuovo sotto il sole !

Anche l’Italia è in crisi, anzi dovremmo dire che soprattutto l’Italia è in crisi, una crisi che investe l’intero sistema industriale. Sono decenni che i più grandi gruppi industriali ricorrono all’assistenza pubblica, generalmente elargita in maniera mascherata, tanto che varie sono le procedure di infrazione per “aiuti di Stato” della Comunità Europea a nostra carico, ultima quella del prestito dei 300 milioni all’Alitalia.
Altro aiuto di Stato mascherato riguarda il settore energetico, sostanzialmente aiutato dal CIP6 , una incentivazione che dovrebbe andare alle fonti energetiche rinnovabili, ma che invece va, grazie ad un virtuosismo dialettico (“assimilabili” aggiunto a “rinnovabili”) anche alle aziende che bruciano residui petroliferi, rifiuti (quindi ai termovalorizzatori !) e cosette del genere, insomma un incentivo che dovrebbe andare a chi fa energia pulita e che invece va invece a chi inquina, e questo a scapito delle vere fonti di energia rinnovabili che, nel nostro paese, non riescono mai a decollare. Il CIP6 è finanziato da un prelievo sulle bollette elettriche, quindi è una tassa occulta a carico dei consumatori. Ecco perché, tra le altre cose, si spinge tanto verso gli inceneritori, perché è lo Stato che li finanzia affinché i privati possano guadagnarci. Invece, su altre attività più ecologiche, i privati dovrebbero mettere loro i soldi, e questo non gli va, non gli va di rischiare i propri soldi, molto meglio rischiare quelli dello Stato, quelli dei cittadini, tanto se poi qualcosa va male, si sa, siamo in Italia ed in Italia è difficile andare in galera per cose di poco conto come aver inquinato laghi, fiumi, intere regioni, o aver distrutto una azienda florida e messo sul lastrico migliaia di famiglie.

Alla fine è difficile scorgere nel topolino tremontiano il deux ex machina che risolverà i problemi dell’Italia, che non sono uguali, ma decisamente più gravi, a quelli del resto d’Europa. In Italia il mercato non c’è mai stato, c’è stato, invece, troppo Stato, se mi consentite il gioco di parole, ma non lo Stato inteso come spinta a crescere alle aziende in momentanea difficoltà, oppure a quelle che iniziano la loro attività, ma aiuto a chi ha una posizione di forza, dominante, a scapito dei consumatori, come è accaduto per le più grandi aziende che sono state svendute a capitani di ventura che le hanno lasciate con la braghe calate. Aziende floride come la Telecom e la Tim sono state saccheggiate e indebitate gravemente perché messe in mano a gente senza scrupoli e spesso senza alcuna capacità manageriale, solo perché legati al potente di turno.
Additare nella globalizzazione il male assoluto che ha generato la situazione attuale, e chiudere le frontiere, usando l’ombrello protezionista di Mamma Stato non farà altro che isolare un paese dal resto del mondo, allontanandolo sempre più dalla competizione globale. Ieri un’azienda si confrontava con l’azienda che stava nella stessa regione, oggi con l’azienda che sta dall’altra parte del mondo, e non è possibile tornare indietro. Il protezionismo servirà solo a creare un mercato chiuso, artificiale, per le aziende italiane, impedendo a quelle straniere di pascolare nello stesso mercato. Il risultato sarà che l’azienda potrà anche rifiorire, forse, ma con un evidente, indubbio, impoverimento dei partecipanti quel mercato, cioè, tanto per cambiare, degli italiani, che da decenni stanno pagando, loro sì, le finte privatizzazioni e le marce indietro, che riguardano le aziende italiane, stanno sanando i loro debiti, mentre i privati, le grandi famiglie che gestiscono quelle aziende, incassano sempre più soldi, sia se l’azienda va bene, sia se va male.
Il male dell’Italia è la mancanza di responsabilità, se un manager non sa fare il suo mestiere, e l’azienda va male, allora vada a casa. Così, finalmente, l’azienda potrà trovare un manager migliore e, eventualmente, rifiorire.

 

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