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mag 15 2008
Travaglio, Schifani e la TV PDF Stampa E-mail
(1 voto)
giovedì 15 maggio 2008
I fatti si suppone li conosciate. Il 10 maggio Marco Travaglio viene ospitato nella trasmissione Che tempo che fa condotta da Fabio Fazio, e nel corso dell’intervista, oltre a tante altre cose, riferisce di alcune passate frequentazioni del Presidente del Senato, Schifani. Per tutto giorno successivo esponenti di destra e di sinistra si sono alternati ad attaccare Travaglio e la trasmissione di Fazio, il direttore generale della RAI ha preso le distanze scusandosi col Presidente del Senato e chiedendo sanzioni verso Travaglio, sostenendo che la televisione pubblica non può essere usata per diffamare, e ciò è tanto più grave se avviene senza contraddittorio.
Sinceramente, però, non ho trovato da nessuna parte riportate le parole di Travaglio, così che mi sono trovato nell’impossibilità di comprendere cosa fosse realmente accaduto. In sostanza si leggevano dappertutto accuse verso il giornalista, ma dei fatti nemmeno l’ombra !
Le parole di Travaglio sono però disponibili come video su YouTube, quindi ognuno può farsi, fortunatamente, grazie a questi canali informativi alternativi, la sua opinione sulla questione, ma non grazie all’informazione italiana.
In particolare, ci sembra, l’informazione italiana non ne esce bene da questa vicenda, e ciò sia detto indipendentemente da ogni valutazione sul quanto detto da Travaglio su Schifani, per il quale invito ognuno a farsi la sua opinione ascoltando l’intervista.

Ciò che preme sottolineare è che Travaglio è stato attaccato per aver riportato delle cose già dette in precedenza, più e più volte. In particolare quelle cose furono già scritte dall’Espresso nel 2002 (articolo di Enrico Bellavia), e poi riprese sempre dall’Espresso (articolo di Marco Lillo e Franco Giustolisi), nel 2004 furono scritte in Voglia di Mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci), nel 2007 in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi editore), ed infine ripreso da Travaglio nel libro Se li conosci li eviti.
Infine, il 29/4/08 queste chiacchiere su Schifani sono addirittura uscite su El Pais  (traduzione dell’ultimo capoverso: “Il suo nome, tuttavia, è stato associato dalla stampa italiana con la criminalità organizzata siciliana, dato che negli anni ottanta fu socio in una compagnia nella quale figuravano Nino Mandalà, boss del clan mafioso di Villabate, e Benny d’Agostino, imprenditore legato allo storico dirigente di Cosa Nostra Michele Greco”).
Orbene, in tutti questi anni e dopo tutte queste pubblicazioni, non ci risulta che ci siano state querele nei confronti di tutti questi articolisti, né richieste di ritirare i libri suddetti. Perché ? Forse perché un fatto raccontato da un libro è meno “fatto” di quello raccontato in TV ?

Perché ormai la democrazia italiana è malata, in particolare è un democrazia oppressa dai politici che la controllano a piacimento attraverso i canali privilegiati dell’informazione, in particolare la televisione. L’Italia è un paese dove si legge pochissimo e per quanto riguarda i giornali per lo più si legge di calcio, e un paese dove l’analfabetismo di ritorno (cioè chi pur avendo fatto le scuole dopo non legge più nulla) è in aumento, è un paese dove la stragrande maggioranza della gente forma le sue convinzioni osservando il piccolo schermo, per cui non c’è alcun bisogno di censurare i libri (cosa che sarebbe molto difficile da attuare tra l’altro), è sufficiente controllare e censurare la televisione, laddove la censura non è data soltanto dalla soppressione delle notizie scomode ma anche spostando l’attenzione su notizie neutre che distraggono dai fatti importanti.
Ormai è la televisione che detta l’agenda, Rai e Mediaset di comune accordo, e i giornali seguono a ruota, in genere parlano, con un giorno di ritardo, di ciò che ha già parlato la televisione, commentando e ampliando quei fatti, o precisamente quelle opinioni che i politici hanno espresso in TV.
Altro esempio è dato dalle critiche che Grillo ha rivolto a Veronesi durante il VDay, alle quali nessuno ha trovato il tempo o la voglia di rispondere, ma appena quelle parole sono state portate in televisione, subito si è aperto un dibattito feroce, non tanto su quanto detto da Grillo, bensì sul fatto che determinate cose in televisione non si devono dire.

La colpa di Travaglio e di altri giornalisti scomodi, come lo era Montanelli, è di profanare lo spazio televisivo iper controllato dal regime, portando alla gente quello che la gente non deve sapere, portando nell’unico luogo dove si forma la verità, il consenso, cioè in televisione, quello che normalmente è invece confinato in settori di nicchia poco visitati quali libri e riviste. È solo la televisione che raggiunge milioni di spettatori, che plasma le coscienze, fin da bambini, che a forza di ripetere tutti i giorni le stesse cose, ci convince che siano vere. È la televisione oggigiorno l’unica fonte ritenuta davvero autorevole. Ecco perché è così importante il suo controllo, anche contro le normative comunitarie .

La vicenda si arricchisce di una coda polemica, tra Travaglio medesimo e il giornalista di Repubblica D’Avanzo, il quale utilizza quello che definisce il “metodo Travaglio” cercando di ritorcerlo contro lo stesso Travaglio, con l’intenzione di dimostrare che in quel modo (quale ? Quello di raccontare i fatti ?) tutti diventano “chiacchierabili”.
Travaglio risponde all’articolo di D’Avanzo sostenendo di aver raccontato solo fatti in merito alla vicenda Schifani, mentre D’Avanzo ribatte che non sempre i fatti raccontano la realtà.
Per dimostrare la sua tesi racconta di una vacanza di Travaglio nella quale il conto sarebbe stato pagato da una persona che poi sarà condannata per mafia. Fonte sarebbe l’avvocato di questa persona, che poi pare abbia smentito. Al di là ancora una volta del fatto in sé, che per la cronaca Travaglio smentisce, quello che ci interessa è il metodo ed una riflessione di base.

Vero è che qualunque fatto può essere presentato in maniera diversa, e farlo sembrare quello che non è, ma un lettore accorto è in grado di estrinsecare il fatto dalla presentazione del fatto e, eventualmente informandosi maggiormente, può giungere ad una conclusione ed opinione non influenzata (almeno non troppo) dalla presentazione. Il punto è, a mio modesto parere, che se si eliminano i fatti perché in teoria sono presentabili in maniera strumentale, allora si devono eliminare tutti i fatti, e quindi si giunge ad una situazione nella quale si parla solo di opinioni, che poi alla fine è quanto accade oggi in Italia dove ascoltiamo solo le opinioni dei politici e raramente fatti. Quindi, D’Avanzo in un certo senso ha ragione, quando dice che i fatti possono essere presentati in maniera da far pensare quello che forse non è, ma ha torto quando dice che i fatti non raccontano la realtà. I fatti raccontano sempre la realtà, la differenza è data dalla presentazione dei fatti, che poi in genere è data dall’opinione di chi racconta i fatti. E’ pacifico che chi racconta i fatti li legge, e quindi li presenta, secondo il suo modo di vedere. Si dovrebbe differenziare chi lo fa in mala fede e chi in buona fede, ma qui si tornerebbe alla censura preventiva, cosa non ammissibile, perché l’organo censorio finirebbe per censurare ciò che non gli torna comodo, e non il resto. Alla fine la cosa migliore è sempre la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, come la nostra tanto bistrattata Costituzione sancisce. Per il giornalista che, racconta fatti non veri, oppure anche fatti che in mala fede sono presentati in modo da far pensare a quello che in realtà non è, c’è sempre il reato di calunnia e diffamazione che soccorre. Terribile sarebbe, invece, se si volesse scegliere la strada del controllo preventivo sulle cose da raccontare, sostenendo che quel particolare fatto può essere equivocato.

Infine, per tornare a quanto dice D’Avanzo, direi che c’è comunque una enorme differenza tra il fatto da lui raccontato (indipendentemente dalla verità del fatto e dalla smentita dello stesso) e quello raccontato da Travaglio (indipendentemente dalla verità del fatto e dalla smentita dello stesso), e cioè mentre Travaglio non può in alcun modo recare danno ai cittadini, se non in minima parte manipolando l’informazione (quel poco di informazione che il regime gli consente di fare), c’è da dire che le cariche istituzionali e i politici in genere possono invece recare, volendo, un enorme danno ai cittadini, poiché sono loro, e non Travaglio, che gestiscono la cosa pubblica. Quindi, io personalmente, mi aspetto un comportamento più irreprensibile da parte dei politici, mille volte più irreprensibile di quanto mi aspetto da un giornalista.

Come diceva Corrado Alvaro: “noi dei politici non vogliamo sapere solo cosa hanno in testa ma anche quello che hanno in tasca...”

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