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apr 09 2008
Alitalia e la cordata elettorale PDF Stampa E-mail
(3 voti)
mercoledì 09 aprile 2008

La questione Alitalia si ingarbuglia. Sembrava fatta la vendita ad Air France, e finalmente i 300 milioni di euro di perdita all’anno (quasi un milione di euro al giorno !!!!) di Alitalia avrebbero potuto essere tolti dalle spalle già troppo tartassate degli italiani, ma negli ultimi giorni la questione si è di nuovo scaldata, con la rottura dei negoziati in corso, forse perché siamo in campagna elettorale ed ogni cosa è buona per attaccare l’avversario politico. Quello che ci auguriamo è che si tenga realmente presente il meglio per gli italiani, come spesso purtroppo non accade in Italia. Anche se al momento è molto concreta la possibilità che Alitalia fallisca, oppure che sia posta in amministrazione controllata, in questo caso noi italiani continueremo a pagarne per anni i conti, mentre i politici, come al solito, si ingrasseranno. C’è da ricordare che Alitalia ha di fatto ben pochi aerei a disposizione, circa 5, mentre gli altri li deve prendere in affitto, insomma la situazione è ben poco rosea per la compagnia italiana.

Di recente si è parlata di una “cordata italiana” per rilevare l’Alitalia, però non si capisce ancora chi parteciperà a questa cordata . La cosa strana è che all’epoca delle trattative una cordata del genere non si è mai palesata, nessuno ne ha mai parlato mentre trascorrevano i mesi e gli italiani pagavano milioni per mantenere in piedi l’Alitalia che perdeva milioni al giorno.

I tanti nomi tirati in ballo, Banca Intesa, Moratti, Eni, FinMeccanica (si parla anche di AirOne, ma si dimentica che AirOne non presentò alcuna offerta a luglio 2007, la presentò a dicembre quando tutti gli altri si erano già ritirati ! ), ed altri, si sono defilati velocemente, la Consob starebbe indagando per possibile insider trading, poiché ogni volta che si parla della cordata il titolo Alitalia si impenna in borsa.
Inoltre, si dimentica che un imprenditore non è un signore col portafoglio pieno che passa il tempo al bar in attesa di qualche novità. In genere gli imprenditori, italiani o no, sono sempre in attività per continuare a mantenere la propria azienda sul mercato. Una volta ci si doveva battere con l’azienda che sta a pochi chilometri di distanza, adesso ci si deve confrontare con le aziende di tutto il mondo.
Quindi un imprenditore italiano ha il suo da fare, e sa benissimo che è cosa sbagliata buttarsi in un campo che non conosce bene. Già è difficile rimanere a galla nel campo in cui si opera da anni, visto che le nuove tecnologie possono far diventare obsoleto un prodotto da un giorno all’altro. Tanto che anni fa la Ducati non fu rilevata da una cordata di imprenditori italiani, come molto probabilmente non lo sarà l’Alitalia, a meno che non ci sia una “spinta” forte da parte della politica, che potrebbe convincere un imprenditore ad accollarsi una azienda che perde milioni, a fronte di un sostanzioso sovvenzionamento tramite banche, che ovviamente sarà poi scaricato sui cittadini. Del resto in Italia la politica, purtroppo, prevale su tutto. Dire che si può formare una cordata di imprenditori è, quindi, cosa che solo un politico che ha scarsa conoscenza del mercato e della sue dinamiche può fare.

Perché la famosa cordata italiana non si è fatta mai vedere in parecchi mesi di trattativa ? Perché nessuno si è contrapposto all’offerta di Air France ? Ma soprattutto perché il candidato premier del PdL non ha provato nemmeno a vendere Alitalia quando era al governo ? Allora Alitalia valeva ancora qualche cosa, pur perdendo milioni di euro all’anno, sarebbe stato il momento buono per venderla. Invece ha consentito che Alitalia perdesse il 70% del suo valore e il debito della compagnia raggiungesse cifre spropositate (1,7 miliardi di euro) ponendolo a carico di tutti gli italiani. Con che coraggio si parla ancora di cordate adesso ?

Il Wall Street Journal ha dedicato un editoriale a questo tema, sostenendo che: “Berlusconi si è trasformato da liberale desideroso di fare ciò di cui l'Italia ha bisogno per rilanciare la sua vacillante economia in un corporativista contrario alla concorrenza e al libero mercato. Ed è un politico che farebbe di tutto per riconquistare il potere. Si tratta di cattive notizie per Alitalia e per l'Italia”. L’editoriale, intitolato “Silvio and Alitalia”, inizia con: “in economia, Silvio Berlusconi ha deluso nel suo ultimo mandato come Primo Ministro; giudicando dalle premesse in vista delle prossime elezioni nelle quali è favorito il suo terzo mandato non sarà da meno”. Secondo il quotidiano, l'intervento del leader del PdL contro l'acquisizione di Alitalia da parte di Air France-KLM  rischia di “affondare l'unica cosa che separa la compagnia di bandiera dal fallimento ed é un segnale forte del suo mancato impegno nella direzione delle riforme economiche”.

Dopo aver retoricamente chiesto a Berlusconi le ragioni della mancata vendita di Alitalia durante il suo precedente mandato, il Wall Street Journal sottolinea “il fallimento nel salvataggio economico dell'azienda Italia quando ne ha avuto la possibilità”; i numeri parlano da soli: “Berlusconi promise tagli alle tasse, riforme del mercato del lavoro e liberalizzazioni e fallì su tutti i fronti. Il PIL crebbe nei suoi cinque anni del 3,6% peggio dell'8,6% della Francia e del 4,5% della Germania e molto meno del 17,7% della Spagna e del 13,4% della Gran Bretagna”.

Adesso, se la trattativa con Air France non riparte, trattativa chiesta a gran voce dagli stessi dipendenti di Alitalia (si è visto in televisione), che di recente hanno addirittura bloccato un aeroporto per questo, Alitalia ha solo l’alternativa dell’amministrazione controllata (come accadde per la Parmalat, ma la Parmalat era in attivo, cioè guadagnava, solo non aveva più soldi in cassa), perché la Comunità Europea non ammette aiuti di Stato. In amministrazione controllata sarà necessario l’intervento di banche e di partner industriali, come AirOne, che però non ha probabilmente i mezzi economici nonostante si sia fatto avanti (qui sorge spontanea una domanda: se Alitalia lascia Malpensa, AirOne sta prendendo il suo posto , allora se si tratta di salvare Malpensa senza far fallire Alitalia, perché non ci si concentra su AirOne ? Forse perché AirOne è privata e non può essere utilizzata a fini clientelari ?). In ogni caso alla fine i conti ricadranno sulle spalle degli italiani .

I costi dell’operazioni sono proibitivi. Air France prevede un investimento immediato di due miliardi di euro (150 milioni di esborso per gli azionisti di Alitalia, più 600 milioni di rimborso delle obbligazioni emesse da quella società, più l'assunzione dei debiti che figurano nel bilancio). Air France si è anche impegnata a ricapitalizzare l'azienda con un miliardo di capitale.
Air France prevede di portare la società al profitto entro cinque anni col taglio degli esuberi, il rinnovamento della flotta, l'abbandono di Malpensa e un investimento complessivo di 6,5 miliardi entro il 2013 nel quadro di un grande gruppo che comprende Air France, Klm, e la stessa Alitalia.
L'impegno totale dell'acquisto e del rilancio contempla circa 10 miliardi di investimenti.

Ma se la cordata politica ancora innominata volesse rilanciare anche Malpensa (uno scalo clone di Linate, e dei tantissimi, troppi, aeroporti padani), il costo dell'investimento sarebbe molto più alto.
Malpensa perde soldi, non ha collegamenti decenti (solo da poco è stata completata un’autostrada), per cui ci vogliono investimenti per le infrastrutture, i collegamenti indispensabili, su strada e ferrovia (inesistenti). Si è quindi ipotizzato che la cordata dovrà darsi carico di almeno altri 4 miliardi entro il 2013, da aggiungere ai 10 previsti da Air France. Totale quattordici miliardi di euro. E rimarrebbe sempre l’incognita dei due hub su Milano, sono davvero sostenibili due aeroporti di quelle dimensioni, visto che Milano non è Londra ?
Non è pensabile che AirOne possa affrontare una spesa del genere, le banche si sono tirate dietro, chi metterà tutti questi soldi per salvare Alitalia ?
Alla fine, si sa, sarà il solito investimento all’italiana, qualche privato comprerà senza soldi (i soldi li presterà una o più banche), e cercherà di ripagare l’investimento con i guadagni di Alitalia. La stessa operazione che tentò all’epoca Tronchetti Provera sulla Telecom, con la benedizione di Berlusconi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, 43 miliardi di euro di perdita in pochi anni. La differenza è che Telecom valeva la pena di comprarla, perché agiva in regime di monopolio in Italia (e quindi poteva imporre i prezzi), mentre Alitalia agisce in un libero mercato con una spietata concorrenza, e la Telecom era in attivo, Alitalia perde un milione di euro al giorno. Alitalia potrà continuare a volare solo se i fornitori venderanno a credito, ma per tornare in attivo ci vuole molto di più.

Se tutto ciò si farà, costerà agli italiani tantissimi soldi, e le risorse che saranno buttate (in ogni senso) su Alitalia-Malpensa dovranno essere sottratte da altri impieghi molto più urgenti per l’Italia.
Sarebbe molto meglio cercare di vendere Alitalia e concentrare AirOne su Malpensa, cercando poi altri partner per Malpensa tra le altre compagnie straniere (se Malpensa fosse realmente appetibile sarebbe facile trovarne una). Ma per fare ciò occorrerebbe che fossero portati a compimento le opere previste e necessarie sia stradali che ferroviarie, a partire dal collegamento con la stazione centrale di Milano e con la rete dell’alta velocità. La regione Lombardia avrebbe fatto bene a completare opere rimaste ferme da anni (a Malpensa si arriva solo in macchina), invece di volersi sostituire alla SEA o all’Alitalia.

Certo, è anche possibile che tutta questa opposizione alla trattativa con Air France sia solo un mezzo per attaccare il governo in carica. In questo caso, però, l’idea potrebbe essere di portare Alitalia al fallimento per poterne dare la colpa al governo attuale. Dalla padella alla brace !

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